Cantante, lo è sì Enrico, e poi polistrumentista, persino arrangiatore. Ci voleva la televisione per farcelo conoscere. Magari schivo, meno protagonista rispetto ai suoi concorrenti sul piccolo schermo. E invece c’è la dedizione e la disciplina di un samurai nel carattere di Enrico, che ha votato la sua vita alla causa della musica. Oltre ad aver suonato, ha insegnato in un coro gospel, collaborato alla realizzazione dei musical e degli stage estivi di Arena Artis, e fatto anche il fonico. Perché per vivere di musica bisogna sapersi adattare a fare di tutto un po’. Enrico ci ha aperto le porte della cantina di casa, che ha allestito a vero e proprio studio di registrazione professionale. Appena ci si mette piede si capisce che per Enrico fare musica non è solo una passione, ma diventa un bisogno, una ricerca che sfocia in un lavoro. Non si riconosce in un genere o ruolo specifico, lui semplicemente dice forte e chiaro che «fa musica».
Enrico, come è iniziato tutto questo?
«Mio papà (Aldo Aldi, ndr) mi ha iniziato. Dall’età di tre, quattro anni mi ha fatto ascoltare le più belle canzoni degli anni ’50, ’60, ’70; e dopo poco si è accorto che avevo un orecchio musicale un po’ più sviluppato degli altri. A sedici anni ho iniziato col basso, a diciassette col primo gruppo, sperimentando diversi generi, dal rock melodico all’heavy metal. Come spesso accade, questi gruppi poi si sono sciolti, ma io ho sempre cercato di crearmi nuove situazioni: per riuscire a vivere di musica mi sono imposto di fare di tutto un po’, di inventarmi sempre qualcosa».
Come mai a Chioggia, che pullula di gruppi musicali di qualità, o di cantanti che avrebbero tutte le carte in regola per farcela, la musica suona in sordina?
«Innanzitutto, i musicisti dovrebbero avere spazi da poter usare. Io dovevo andare fino a Marghera per provare col mio gruppo. Qui ci sarebbero anche tante sale inutilizzate. E poi il Comune, le istituzioni, dovrebbero dare maggiori stimoli: creare ad esempio dei mini festival, o altre situazioni in cui dare ai gruppi una ribalta. Anche la pubblicità ha il suo ruolo: se un gruppo locale fosse appoggiato dal Comune, avrebbe sicuramente più possibilità di farsi conoscere».
Adesso che sei tornato da X-Factor, cosa ti porti di quell’esperienza, ma soprattutto, cosa farai?
«Ho avuto una grandissima opportunità, ho cercato di apprendere il più possibile da tutti; un’esperienza costruttiva sia dal lato professionale che umano. Mi mancano le persone che ho incontrato lì, gli spazi... Improvvisamente tutta Italia sa chi sono; è cambiata la mia quotidianità, sono aumentate le mie possibilità».
E tu non ti senti cambiato?
«No, non mi sento cambiato, ma mi accorgo che gli altri ora mi vedono diversamente... Vabbè sono andato in tv, e allora?!».
Per sapere cosa farai nei prossimi mesi, dobbiamo aspettare la scadenza di alcuni vincoli contrattuali che ancora ti legano al programma; allora guardiamo ancora più in là. Come ti immagini tra una decina d’anni?
«Uguale, credo. Con le stesse idee, stessa mentalità, stessi sogni. Magari un po’ di questi saranno realizzati!».
E se disgraziatamente non ce l’avessi fatta a vivere di sola musica?
«Avrei fatto sicuramente il falegname – dice indicando un mobile del suo studio –, questo l’ho fatto io».
E sopra c’è un bell’impianto stereo, insomma, comunque musica.








