Domenica, 5 Settembre 2010

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Speriamo che sia femmina

Le storie non esistono finché qualcuno non le racconta. Tina Merlin era una che le sapeva raccontare. Pioniera del giornalismo femminile italiano, conosciuta per la cronaca dell’olocausto – così l’aveva definito – del Vajont, nel ’63. Non si parla nel numero di questo mese de Il Dialogo, ma di due giornaliste partite da Chioggia, una per sbarcare nella tv ligure, Anna Chieregato, l’altra per essere in continuo movimento, da vera reporter, Sara Laurenti. 

Ma quali devono essere le qualità per una donna nel giornalismo? Nel caso di Tina Merlin senza dubbio la passione, accompagnata da caparbietà, ostinazione e un desiderio profondo di mettere in luce la verità. Dice di lei Giampaolo Pansa (prefazione di Sulla pelle viva): «Per cominciare era una donna, e in quel tempo la cupola informativa italiana risultava soltanto maschile. Poi non era un inviato speciale, bensì un semplice corrispondente di provincia. Infine scriveva per un giornale di partito... Nei confronti di Tina, dunque, funzionava un black-out spesso tre volte: maschilista, di rango professionale e di avversione politica». Parliamo di questo modello di giornalismo personificato dalla Merlin per capire quanto siano ancora attuali le parole di Pansa, se allargate al mondo del giornalismo femminile in generale. La “femminilizzazione” del giornalismo italiano è un fatto – secondo la sociologa Milly Buonanno –, le donne sono presenti non solo nei tradizionali settori del costume e dello spettacolo, dove erano relegate, ma anche nei più decisivi campi della politica, dell’economia e della cultura. Rimangono delle disparità nella professione, direttamente proporzionali al livello di carriera, tanto da spingere la commissione Pari opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana a rilanciare il problema delle “quote rosa”: la percentuale complessiva delle donne giornaliste è passata dal 10% degli anni Settanta al quasi 30% attuale (dati del 2001 relativi ai quotidiani); d’altra parte, nel ruolo di direttore e di vicedirettore la percentuale femminile è solo del 2%, quella di caporedattore e vicecaporedattore rispettivamente dell’8 e 9%. Per i periodici i dati sono diversi, visto l’elevato numero di riviste femminili, che però non incidono sull’opinione delle élite che tengono il potere politico ed economico. Questi dati non stupiscono, ma, pensando al futuro del giornalismo, non ci tolgono il desiderio di affermare: speriamo che sia femmina!